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Identificazione geologica di paleotsunami

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Figura 1 | Depositi di Tsunami del terremoto del Cile del 1960 Figura 1 | Depositi di Tsunami del terremoto del Cile del 1960
Figura 2 | Coring Activities Figura 2 | Coring Activities
Figura 3 |  Analisi paleontologiche Figura 3 | Analisi paleontologiche
Figura 4 | Analisi petrografiche Figura 4 | Analisi petrografiche
Figura 5 | Livelli di paleotsunami al Gargano Figura 5 | Livelli di paleotsunami al Gargano
Figura 6 | Distribuzione Massi S. Emiliano Figura 6 | Distribuzione Massi S. Emiliano
Figura 7 | Esempio di un masso trasportato Figura 7 | Esempio di un masso trasportato
Figura 8 | Evidenze di paleotsunami in un carotaggio Figura 8 | Evidenze di paleotsunami in un carotaggio
Introduzione
Il record geologico rappresenta un mezzo unico attraverso il quale è possibile identificare i terremoti del passato e così stimare la loro possibile ricorrenza al sito e la magnitudo in un prossimo futuro.
Solo recentemente gli tsunami sono stati oggetto d’interesse mondiale (per esempio, De Martini et al., 2003; Cochran et al., 2006) a causa della crescente preoccupazione per l’hazard costiero in regioni come il Mediterraneo le cui coste sono densamente abitate. In Italia numerose sorgenti locali possono innescare uno tsunami, ma le aree costiere italiane oltre ad essere esposte ai terremoti locali possono essere raggiunte da onde di tsunami generatesi altrove come quelle legate alla subduzione nell’Egeo (per esempio il terremoto di Creta del 365 AD generò uno tsunami che, secondo quanto riportato dalle cronache del tempo, investì alcune aree costiere italiane). Il record storico relativo a importanti inondazioni di aree costiere  in Italia comprende gli ultimi 1000 anni. Alla luce di quanto appena detto, la ricerca di depositi di paleotsunami nelle successioni sedimentarie costiere rappresenta un’attività chiave per lo sviluppo di scenari e la modellazione di tsunami.

Sulla base anche degli effetti osservati negli tsunami recenti (per esempio a Sumatra nel 2004 oppure in Cile nel 1960) si è visto che, in generale, i depositi di tsunami sono dei livelli sottili e derivano dai sedimenti erosi dalle spiagge oppure da zone prive di copertura vegetale adiacenti. Tali depositi solitamente non ricoprono integralmente l’area interessata dal passaggio dell’onda di tsunami. Le tsunamiti mostrano generalmente i segni di una rapida deposizione, come per esempio gradazione oppure delle strutture massive. Chiaramente le onde di tsunami tendenzialmente esercitano la loro azione erosiva soprattutto nelle zone più vicine alla costa oppure laddove manca la copertura vegetale.

I depositi di tsunami non hanno comunque delle caratteristiche inequivocabili, infatti, possono essere confusi con altri tipi di depositi che mostrano caratteristiche simili (per esempio: le tempestiti, le sabbie eoliche, i depositi alluvionali, etc.). Per le ragioni appena esposte, e quindi per la difficoltà di distinguere le tsunamiti da simili depositi facilmente reperibili sempre lungo le zone costiere, è necessario utilizzare un approccio di tipo multidisciplinare che consiste in: ricerche di carattere storico relative alle zone inondate dagli tsunami del passato, rilievi geologici e geomorfologici, campagne di perforazione e analisi di laboratorio specifiche (analisi paleontologiche, radiometriche, raggi X, petro-geochimiche, petrofisiche, magnetiche, etc.) (Figure 2 e 3).

Evidenze di paleotsunami in Italia
Sebbene in Italia diversi tsunami di elevata intensità siano stati riportati in documenti storici (Tinti et al., 2001), pochi sono gli studi condotti per trovare i depositi lasciati da questi tsunami storici. De Martini et al. (2003) riconoscono depositi di tsunami nell’area del Gargano (Figura 5). Grossi massi sparsi di calcareniti pleistoceniche, il cui peso può raggiungere anche le 80 tonnellate, sono stati osservati da Mastronuzzi & Sansò (2000; 2004) e Mastronuzzi et al. (2007) lungo la costa ionica pugliese, probabilmente trasportati da 3 distinti tsunami avvenuti tra il XV e XVIII sec. Nella zona della penisola di Capo Peloro (Sicilia NO), dove solo di recente sono stati effettuati scavi archeologici nei pressi di una vecchia torre di avvistamento (Torre degli Inglesi), sono stati riconosciuti due livelli sabbiosi di origine marina, dentro una sequenza fatta da un colluvio; tali livelli sembrebbero essere stati lasciati da onde di tsunami (Pantosti et al. 2008). Sempre in Sicilia, nell’area della Baia di Augusta, Smedile et al. (2007) hanno trovato evidenze di diverse inondazioni (Figura 8). Anche Scicchitano et al. (2007) osservano una disposizione anomala di massi calcarei nei pressi di ampi terrazzi alla quota di 2,5 m sul livello del mare tra le città di Augusta e Siracusa ed interpretano tale disposizione come il risultato della dislocazione di massi ad opera di alcuni tsunami storici.
Ulteriori informazioni e maggiori dettagli sul riconoscimento e la datazione di paleotsunami nell’area Euro-Mediterranea sono stati raccolti in un database di Paleotsunami sviluppato nell’ambito del progetto EC TRANSFER.


Riferimenti Bibliografici

a cura di Alessandra Smedile
creato da Daniela PantostiUltima modifica 11/08/2008 14:34
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creato da Paola MontoneUltima modifica 13/09/2010 16:08
Hanno contribuito: de simoni
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